• TSU mutuo tasso fisso: 7,1875% - tasso variabile: 6,8500%
  • TSU leasing immobiliare tasso fisso: 8,6000% - tasso variabile:7,8875%
  • TSU aperture di credito oltre 5.000: 14,6750%
  • TSU anticipi e sconti oltre 200.000: 7,9500%
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RASSEGNA STAMPA



Parmalat, tutela costituzionale

Risparmio tradito. La corte d'Appello di Torino ribalta una sentenza prima a favore dell'istituto di credito
Plus24 - 15/05/2012

Banca condannata a restituire 190mila euro a due agricoltori 

Nelle "cause Parmalat" interviene la Procura a tutela del risparmio, così come previsto dall'articolo 47 della Costituzione. È questa una delle novità emerse dalla sentenza numero 615 del 10 aprile scorso con la quale la Corte d'Appello di Torino ha condannato UniCredit a restituire 190mila euro a due agricoltori piemontesi che avevano investito in obbligazioni Parmalat. I due risparmiatori, inoltre, hanno potuto anche trattenere i titoli a suo tempo acquistati; il valore residuo dei titoli consentirà loro di ottenere la restituzione dell'intero investimento iniziale.

 

La vicenda

Nel 2001 e nel 2002 due fratelli hanno acquistato 55mila euro di obbligazioni della Repubblica Argentina e 270mila euro di bond Parmalat. L'investimento costituiva circa il 40% del loro patrimonio. A seguito dei due crac finanziari, i due investitori (assistiti dall'avvocato Cecilia Ruggeri dell'Adusbef) hanno citato in giudizio UniCredit (che interpellata ha deciso di non commentare) davanti al Tribunale di Torino che ha condannato la banca soltanto per i Tango bond ma non per quelli Parmalat.

 

L'appello

I due agricoltori non si sono però dati per vinti e hanno impugnato il provvedimento di primo grado. L'aspetto peculiare della vicenda è che nella causa d'appello è intervenuta d'ufficio la Procura della Repubblica con il sostituto procuratore Fulvio Rossi. Il pubblico ministero ha ravvisato nella causa un pubblico interesse (così come previsto dall'articolo 70, ultimo comma, Codice di procedura civile), rappresentato dalla necessità di tutelare il pubblico risparmio (articolo 47 della Costituzione). La Corte d'Appello (presidente Griffey; relatore Stalla) ha così riformato la sentenza di primo grado condannando la banca a pagare ai due clienti 190mila euro oltre agli interessi e alla rivalutazione e ha consentito a questi ultimi di trattenere i titoli acquistati, il cui valore residuo di mercato è pari al 25% del valore iniziale.

 

Le motivazioni

Il collegio torinese ha ritenuto che nel 2002 la banca fosse già a conoscenza della crisi della Parmalat, per i seguenti motivi: 1) l'ingente emissione di obbligazioni, pur a fronte della dichiarazione in bilancio di rilevantissime disponibilità liquide; 2) la Centrale rischi della Banca d'Italia e le banche dati evidenziavano un'esposizione debitoria superiore a quella riportata dai bilanci; 3) le obbligazioni Parmalat venivano appositamente emesse attraverso consociate finanziarie estere al fine di aggirare i limiti imposti dalla normativa nazionale secondo l'allora vigente articolo 2.410 del Codice civile. Questo articolo subordinava l'emissione in Italia di obbligazioni di società per azioni alla condizione che l'importo delle obbligazioni non superasse il capitale versato ed esistente (alla data della deliberazione) secondo l'ultimo bilancio approvato; 4) al momento dell'acquisto (maggio 2002) il titolo aveva un rating di livello BBB-, vale a dire ancora di investment grade ma già al limite della natura speculativa e di rischio, e comunque al limite basso della classificazione di affidabilità.

 

La peculiarità della sentenza

Il provvedimento è interessante non soltanto per la motivazione ma soprattutto perché per il futuro si potrebbe ravvisare un più generalizzato intervento delle Procure nei processi civili a tutela del risparmio. Questo intervento, soprattutto se esteso ad altri settori quali per esempio quello dei derivati o quello delle condizioni economiche dei conti correnti, potrebbe avere un efficace funzione di "moral suasion".

 

 

LE DOMANDE DEI LETTORI plus@ilsole24ore.com 

 

Nel 2002 ho acquistato obbligazioni Parmalat emesse da una finanziaria domiciliata in Lussemburgo. Dopo il default della società di Collecchio, nel 2004 ho fatto causa alla banca chiedendo la restituzione del capitale impegnato nella presunzione che l'istituto conoscesse già da allora la situazione precaria in cui versava la Parmalat. Nel 2005 il Tribunale mi ha dato torto, nel 2006 ho fatto ricorso in Appello che nel 2011 mi ha dato ancora torto imponendomi di pagare le spese legali e processuali. Sul libro («Conoscere i mercati», pagina 33) allegato al Sole 24 Ore di sabato 3 marzo 2012 ho letto che le obbligazioni in questione «non avrebbero dovuto essere vendute» dalle banche perché destinate agli investitori istituzionali. È così? Già dal 2002 le banche nei confronti della Parmalat avrebbero dovuto attenersi a questa norma?

Giuliano Galiardi - (Parma)

 

- Il private placement (cioè la procedura con la quale società emittenti offrono obbligazioni sul mercato lussemburghese a investitori istituzionali che poi provvedono a rivenderle a soggetti retail italiani) è stato oggetto di numerose critiche. È stato infatti spesso accusato di essere una forma per aggirare l'obbligo del prospetto informativo (obbligatorio se l'emissione fosse stata rivolta, fin dall'inizio, a investitori privati italiani). La giurisprudenza, però, ha più volte escluso (salvo rari casi come il Tribunale di Milano, 20 marzo 2006, n. 3575) che questa procedura possa costituire una forma di sollecitazione di fatto, elusiva cioè delle norme per la sollecitazione al pubblico risparmio. «Tuttavia - osserva l'avvocato Marco Rossi, managing partner dello studio legale e tributario associato Rossi Rossi & Partners di Verona - il fatto che la società emittente avesse sede in Lussemburgo costituisce, secondo la giurisprudenza, un indice della volontà della stessa di voler aggirare la legge italiana: ciò avrebbe dovuto mettere in allarme le banche che hanno rivenduto le obbligazioni ai piccoli risparmiatori». Quest'ultimo aspetto, peraltro, è stato considerato come una vera e propria anomalia da una sentenza del Tribunale di Torino (si veda articolo accanto) la quale ha anche chiaramente affermato che già nel 2002 le banche avrebbero dovuto accorgersi, da vari indizi, della maggiore rischiosità dei bond Parmalat.