• TSU mutuo tasso fisso: 7,1875% - tasso variabile: 6,8500%
  • TSU leasing immobiliare tasso fisso: 8,6000% - tasso variabile:7,8875%
  • TSU aperture di credito oltre 5.000: 14,6750%
  • TSU anticipi e sconti oltre 200.000: 7,9500%
  • TSU scoperti oltre 1.500: 22,2125%
  • Tasso BCE 0,00%
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RASSEGNA STAMPA



Crac Lehman: Round alle banche, "vale" il rating

Tribunale di Parma, 09/07/2012, sentenza n. 977
Plus24 - 15/10/2012

Il rating elevato mantenuto da Lehman Brothers fino alla data del default esonera la banca intermediaria da qualsiasi responsabilità risarcitoria e di conseguenza il cliente non va rimborsato di 630mila euro. Allo stesso tempo, però, lo stesso istituto di credito deve restituire 490mila euro a un altro obbligazionista Lehman perché le firme sull'accordo quadro sono false. Questa, in estrema sintesi, la sentenza numero 977 del 9 luglio scorso del Tribunale di Parma.

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La sentenza emiliana 

Due investitori hanno acquistato obbligazioni Lehman Brothers (rispettivamente per 630mila e 490mila euro) il 4 agosto 2008. Poco più di un mese dopo (il 15 settembre 2008) la banca d'affari americana è andata in default e così gli investitori hanno convenuto in giudizio la banca. Uno dei due investitori ha chiesto la nullità del contratto quadro (e quindi la nullità sopravvenuta dell'ordine d'acquisto dei bond) per mancanza di forma scritta (ai sensi dell'articolo 23 del Testo unico della finanza). La perizia grafologica disposta dal Tribunale gli ha dato ragione in quanto le firme erano effettivamente false e quindi i giudici emiliani hanno condannato la banca a restituirgli il capitale investito (490mila euro). L'altro investitore, invece, ha avanzato una domanda risarcitoria sostenendo che la banca non ha adempiuto agli obblighi informativi previsti per legge in quanto avrebbe dovuto informarlo della reale rischiosità del titolo acquistato.

Il Tribunale di Parma ha respinto quest’ultima domanda affermando che costituisce circostanza pacifica che Lehman ha mantenuto un rating elevato fino alla data d'ammissione al Chapter 11 e che questa valutazione era condivisa a livello mondiale, con l'ovvia conseguenza che la banca non avrebbe potuto dare informazioni diverse da quelle disponibili per qualunque operatore finanziario. Prosegue testualmente il Tribunale, «del resto gli intermediari non sono tenuti ad effettuare un autonomo audit del titolo negoziato, potendo e dovendo gli stessi fare affidamento solo sugli strumenti offerti dalla legge a tutela dei mercati».

 

Il "match" su Lehman 

Con questa sentenza di Parma, le banche passano in vantaggio (almeno in base alle sentenze conosciute da «Plus24») nella disputa contro i bondholders per 3 vittorie contro 2. Fino a oggi, le sentenze pro-banca (Tribunale di Venezia e Tribunale di Savona, si veda scheda a fianco) hanno sottolineato la sufficienza del rating investment grade attribuito dalle tre maggiori società di rating (si veda «Plus24» del 31 luglio 2010). Sull'altro versante (quello dei risparmiatori), il Tribunale di Udine (si veda scheda) ha addirittura definito il rating un'informazione «del tutto generica e fuorviante» e ha sottolineato che la banca non può accontentarsi di questa «valutazione» ma deve fare riferimento ad altri elementi (si veda «Plus24» del 27 marzo 2010). L'altra sentenza favorevole ai titolari delle obbligazioni andate in default è quella di Torino (si veda scheda) che ha individuato una precisa responsabilità contrattuale della banca la quale si era impegnata con apposita clausola contrattuale a comunicare immediatamente al cliente la variazione di rischio dell'obbligazione (inserita nell'elenco «PattiChiari»). Adesso, con la sentenza di Parma, arriva il "gol" del vantaggio per le banche.

 

Le critiche 

Le sentenze che hanno "salvato" il rating hanno sollevato numerose critiche negli esperti del settore. «Le motivazioni della sentenza - spiega l'avvocato Marco Rossi, managing partner dello studio tributario e legale associato Rossi Rossi & Partners di Verona - dimostrano che il tema del rating è sconosciuto ai più. In primo luogo - continua Rossi - non si può condividere la tesi che le notizie di mercato coincidono con i rating. Il mercato dispone di strumenti molto più sofisticati delle valutazioni di tre società private (per esempio le quotazioni dei Cds) le quali soffrono di un colossale conflitto d'interesse. I magistrati che giudicano valido il rating probabilmente sottovalutano il fatto che i soci delle tre maggiori società di rating sono i maggiori fondi d'investimento al mondo, i quali hanno ovviamente interessi economici molto ramificati. La cosa che stupisce di più - conclude Rossi - è che poche volte ci si pone il problema di cosa sia effettivamente il rating. Sarebbe sufficiente leggere quanto riportato da Moody's nel disclaimer che accompagna i rating da dove si evince che i rating sono soltanto "opinion", predisposti dietro pagamento della società valutata da fonti considerate affidabili (senza peraltro spiegare quali siano tali fonti) ma soprattutto che Moody's non è un auditor e non ha verificato o validato in alcun modo le informazioni ricevute nel processo di affidamento del rating».